In occasione della riapertura al pubblico del Belvedere Cederna, in affaccio sui Fori, da parte del Sindaco di Roma Roberto Gualtieri e dell’Assessore Sabrina Alfonsi, alla presenza dei figli Camilla, Giuseppe e Giulio, di Walter Tocci, responsabile del progetto CARME e dei responsabili istituzionali dello Stato e del Comune, si è svolta una cerimonia molto partecipata.
Riportiamo il ricordo di Francesco Erbani.
“Nell’urbanistica”, scriveva Antonio Cederna introducendo il suo I vandali in casa, uscito nel 1956, “si misura oggi la civiltà di un paese”. L’urbanistica gli appare come la disciplina in grado di battere i vandali, quelli che ancora nel dopoguerra proseguono nella distruzione dell’antico nelle città (Roma, Napoli, Milano, Brescia, Ferrara…). Ma in virtù di quale strumento l’urbanistica può fermare i vandali? Il grimaldello è, per Cederna, la pianificazione. E qual è l’obiettivo della pianificazione, agli occhi del giovane archeologo, ormai giornalista di punta, insieme intellettuale e militante? È la città che vuol dirsi moderna, la città che cresce assecondando i bisogni e le aspirazioni di chi la vive, garantendo a tutti pari diritti di accedere ad essa, alle opportunità che offre, ai servizi, all’istruzione, allo svago. Quella che invece si squaderna davanti ai suoi occhi è la città che si espande dove la trascinano gli interessi fondiari, la città di “coree, bidonville e borgate”, di “palazzine e palazzate”, dove i ragazzi “siano murati vivi negli intensivi, senza prati né campi sportivi” (Cederna, appassionato lettore di Dante, Shakespeare, Leopardi e Porta, si divertiva anche lui a versificare: queste citazioni sono tratte da una poesia del 1964, intitolata A un architetto impegnato).
Nella stessa introduzione a I vandali in casa, Cederna scrive che “solo le teste dure possono pensare, solo i distruttori d’Italia possono avere interesse a farci credere che la salvaguardia dell’antico è opera puramente passiva e di conservazione”. La tutela dell’antico, aggiunge, è funzionale alla costruzione della città moderna.
A trent’anni dalla sua morte, il profilo di un Cederna nient’affatto costretto in una gabbia nostalgica e conservatrice emerge con vigore. Basta guardare con più attenzione al complesso dei suoi interventi che, anche quando dettati dall’urgenza della cronaca, restituiscono un’idea di città come urbs, città intesa in senso fisico, e come civitas, comunità di persone.
Cederna manifesta una speciale passione per l’aggettivo “moderno/a”. I contesti i cui lo usa sono da esso qualificati. Con evidenza scandisce la coppia oppositiva vandalo/modernità.
L’ispirazione politico-culturale di Cederna è identificabile nel liberalismo radicale che si pratica su Il Mondo di Mario Pannunzio al quale collabora dalla fondazione, nel 1949, fino a quando il settimanale cessa le pubblicazioni, nel 1966. Cederna partecipa a suo modo alle battaglie che il periodico conduce contro i monopoli, schierando su questo fronte Ernesto Rossi e altri autorevolissimi collaboratori.
L’architetto moderno s’intitola, per esempio, un articolo dell’aprile 1960. Prende spunto dalla nascita a Roma di un’associazione fondata da un gruppo di progettisti fra i trenta e i quarant’anni per rifiutare l’ossessione dei più anziani notabili della professione su “questioni figurative o strettamente tecnicistiche” e per sottolineare invece “salutari principi della civiltà moderna, vivi ed operanti negli altri paesi, dimenticati o accantonati nel nostro”. Protagonisti dell’iniziativa, che Cederna sottoscrive, sono Leonardo Benevolo, Carlo Aymonino, Italo Insolera, Carlo Melograni, i quali fanno riferimento a Giovanni Astengo, Luigi Piccinato, Ludovico Quaroni, Giuseppe Samonà.
Da alcuni di quegli architetti lo dividono e lo divideranno dissensi e polemiche. Ma l’idea che guida Cederna è che chi pratica quel mestiere deve fare città e non farsi apprezzare solo per l’estro creativo. La buona architettura, aggiunge, “può nascere solo da premesse urbanistiche razionali”.
È frutto di una caricatura di comodo raccontare Cederna accigliato e arroccato nell’ideale di un passato sempre migliore del presente. Ed è opportuno, al contrario, ricordare che una delle architetture romane più significative di questo millennio, l’Auditorium, è localizzato lì dov’è localizzato anche, forse soprattutto, grazie a un memorabile intervento di Cederna, allora consigliere comunale. Nel 1963 pubblica su Casabella, diretta da Ernesto Nathan Rogers, un articolo intitolato Attrezzature verdi di Amsterdam. È un reportage sulle scelte urbanistiche olandesi, sui nuovi quartieri di edilizia pubblica e sul bosco di mille ettari che è la più significativa infrastruttura destinata agli abitanti di quei moderni edifici. Il ruolo che il verde pubblico assume nella costruzione di insediamenti residenziali è il fulcro degli articoli pubblicati nel 1966 sul Corriere della Sera su ciò che accade in alcune città degli Stati Uniti. Ed è merito di Giulio Cederna aver deciso di raccogliere, in un volume che uscirà a breve da Donzelli, gli articoli che Antonio Cederna ha dedicato alla città che trascura bisogni e aspirazioni di bambini e bambine.
Dalla fine degli anni Settanta Cederna è fra i sostenitori del Progetto Fori, insieme al sindaco Luigi Petroselli, al soprintendente archeologico Adriano La Regina, al suo amico Leonardo Benevolo e a Italia Nostra, di cui presiede la sezione romana. Il progetto, che prevede la demolizione della via dei Fori imperiali voluta dal fascismo e la riunificazione dell’area archeologica centrale, ha un profilo culturale, di tutela di un pregiatissimo patrimonio. Ma corrisponde anche a una diversa idea di città – di città moderna, mettendo a disposizione di tutti un impareggiabile spazio pubblico, un luogo non recintato, dove l’archeologia non incute timore reverenziale, ma anzi si offre come spettacolare scenario della vita contemporanea. I Fori come piazza Navona o piazza Farnese, un luogo della città contemporanea, da vivere, non solo da contemplare. Altro aspetto fondamentale: un luogo che, spingendosi lungo il cuneo verde dell’Appia, mette in connessione il centro della città con una porzione della sua periferia. Cederna lascia a chi verrà dopo di lui il compito di proseguire in questa direzione, rompendo il diaframma simbolico, sociale e culturale che divide la città dei ricchi dalla città dei poveri – un compito affidato anche al patrimonio archeologico e artistico che dal centro va verso le periferie, dove quel patrimonio si diffonde, e che dalle periferie ritorna al centro.
Quando, parlamentare della Sinistra indipendente, nel 1989 Cederna presenta un progetto di legge “per la riqualificazione di Roma capitale della Repubblica”, la sistemazione dell’area archeologica centrale è in relazione con la realizzazione dello Sdo (Sistema direzionale orientale), in cui si sarebbero dovuti collocare sedi di ministeri, di aziende pubbliche e private, portandoli via da un centro storico inadatto a ospitarli e trasferendo funzioni pregiate in una zona sofferente della periferia.
Cederna non c’è più da trent’anni. Molte cose sono cambiate, e non solo in peggio. Si pensi a che cosa sarebbe l’Appia se Cederna non si fosse battuto per evitare che vi calassero edifici per 5 milioni di metri cubi. Sono cambiati molti problemi che affliggono le città, ora meno alle prese di un tempo con l’espansione e però in affanno nel garantire ovunque uguaglianza, qualità e diritti, a cominciare da quello all’abitare. Così come sono cambiati i problemi dei centri storici, minacciati meno dal piccone e molto invece da turistificazione e spopolamento. Quanto tornano utili le centinaia e centinaia di articoli che Cederna ha scritto – dopo il Corriere, su Repubblica e sull’Espresso? Tantissimo, se da essi si estrae l’idea di fondo di una città che facilita la convivenza, la quale, fra le altre cose, agevola il senso di sicurezza. Non è difficile trovarla questa idea nei suoi articoli, basta leggerli, sperando che quanto prima torni accessibile l’archivio Cederna depositato anni fa per iniziativa della famiglia e di Rita Paris a Capo di Bove, sull’Appia antica, e che sia possibile consultarlo online superando ostacoli che non sembrano insormontabili e facendo rivivere un patrimonio che non può restare silente e nascosto.